Gli antichi cultori di Bacco

Benché nella storia dell’umanità abbia avuto una fortuna tale da diffondersi in tutte le zone temperate del pianeta, la vite , insieme con l’olivo, resta sempre uno dei simboli più significativi dell’ambiente mediterraneo, dove trova il suo “habitat” ideale. No·n si sa con esattezza quando l’uomo, abbracciata la vita sedentaria per diventare agricoltore, avesse iniziato a coltivarla, ma ciò avvenne di sicuro in tempi remoti. La vite prospera sia in pianura che sulle pendici terrazzaste di colline e può presentarsi sotto diversi aspetti: c’è infatti quella “ad alberello”, quella “a cordone”, come pure le viti dette “a pergola”, “a tendone”, “a raggi” e probabilmente c’è dell’altro. Questa pianta arbustiva rampicanti può assumere davvero molteplici forme, ma ha la caratteristica d’infondere sempre a chi l’osserva un senso di pace e di buonumore. Di tanto in tanto scavi mirati a disseppellire testimonianze del passato trovano anche tracce della sua presenza nell’antichità, confermando in tal modo quanto i nostri progenitori amassero gustare il suo dolce frutto e ancora più volentieri tracannare l’inebriante bevanda da esso derivata. Scrittori e poeti hanno inneggiato al vino, che possiamo immaginare versato a profusione nelle coppe di commensali raffigurati in dipinti. Gli antichi Romani avevano in Bacco o Dioniso il dio del vino e dei momenti gioiosi; lo chiamavano anche “Libero”, un appellativo assai esplicito.

Nel secolo scorso, correvano gli anni Sessanta, una “equipe” di archeologi statunitensi si trovava in una località situata a circa 150 chilometri a sud di Gerusalemme per approfondire la conoscenza di alcuni edifici già riportati alla luce: una costruzione in stile ellenistico, una fortezza e due chiese bizantine. In quell’occasione gli Americani ebbero la felice idea d’indagare anche sull’economia agricola di quella zona e in particolare sulle antiche tecniche di coltivazione della vite. Sapevano che, trattandosi di terreni molto aridi, anche in un lontano passato era necessario ricorrere all’irrigazione, ma ebbero la possibilità di conoscere addirittura un sistema d’irrigazione antichissimo però ancora in un buono stato di conservazione. Scoprirono cumuli di pietre, poste con un certo ordine, indicanti lo scavo di pozzi e fossati che davano luogo ad un complesso di bacini per la raccolta dell’acqua, un bene inestimabile in quei territori semidesertici. quest’apparato si componeva anche di muri di riparo, sbarramenti e cisterne, tanto da destare l’ammirato stupore degli archeologi nei confronti di quei contadini palestinesi che, molto tempo prima della nascita di Cristo avevano già realizzato un così ingegnoso sistema d’irrigazione, Risale agli anni Sessanta un’altra interessante scoperta che riguarda la viticoltura.

Ne furono autori degli archeologi impegnati negli interminabili scavi finalizzati a riportare totalmente alla luce del sole la più famosa città sepolta del mondo, Pompei. Oltre ad altri importanti resti, gli archeologi fecero riemergere una superficie che ai tempi della devastante eruzione del Vesuvio (agosto del 79 d.C.) era occupata da un vasto e rigoglioso vigneto. Ebbero anche modo di apprendere che allora la coltivazione della vite avveniva secondo i precetti dell’autorevole Columella. Nelle immediate vicinanze della suddetta area sorgeva una piccola costruzione destinata alla preparazione del vino: in un locale c’era un torchio e in quello adiacente una decina di grossi recipienti interrati nel pavimento, a suo tempo adibiti ad ospitare il mosto in fermentazione. Poiché i terreni vulcanici sono sempre favorevoli all’agricoltura, dobbiamo dare per certo che, secondo i gusti del tempo, quel vino fosse di ottima qualità ed ipotizzare che il suo produttore lo vendesse alle botteghe che si affacciavano sulla più celebre strada di Pompei, la cosiddetta “Via dell’Abbondanza”. Successivamente al ritrovamento che ho descritto furono condotti degli studi sulle tecniche e sistemi di coltivazione della vite nella zona vesuviana e si ebbe la riprova che gli agricoltori di quei siti, fedelissimi alla tradizione, non si attenevano con scrupolo soltanto alle regole indicate dal citato Columella, loro contemporaneo, ma anche ad altre di molto anteriori all’inizio dell’era cristiana. Columella, il cui nome completo è Lucio Giunio Moderato Columella, era uno scrittore latino del primo secolo dopo Cristo, nato a Cadice, in Spagna, ma vissuto lungamente a Roma. Proprietario di molti poderi, ad essi s’interessava con molto zelo e ciò gli consentì di diventare un profondo conoscitore del mondo agreste. Egli è l’autore del più corposo trattato d’agricoltura dell’antichità, il “De re rustica”, ben 12 libri in cui dà ragguagli e consigli sulla coltivazione di vari prodotti. Columella s’ispirò ad autori greci e latini, in special modo a Virgilio, però descrisse assai validamente il lavoro dei campi e l’allevamento geli animali soprattutto grazie alle sue esperienze personali.

Consuelo