IL RISCATTO DEI BRIGANTI

La storia ha decretato il loro riscatto per le loro finalità politiche

Il brigantaggio sotto l’aspetto storico ci è sempre stato dipinto come una forma di banditismo che attuava azioni violente. nei nostri giorni invece, accurati studi che si sono imposti all’attenzione generale,

hanno rivelato di questi guerriglieri un aspetto diverso. Erano sopratutto uomini e donne del meridione d’Italia, che dopo l’unità lottarono strenuamente per la propria libertà e per la terra in cui vivevano. Il 17 marzo 1861, la data che sancisce l’inizio ufficiale del brigantaggio e che coincide con l’atto formativo del Regno di Sardegna, Vittorio Emanuele diventò il primo re d’Italia.

Già dall’inizio si erano notate disparità che avevano portato gravi sofferenze al paese, l’unità che venne calata dall’alto sulle regioni meridionali, provocò grandi delusioni, nei contadini del meridione che non avevano partecipato in maniera attiva alla “rivoluzione” del Risorgimento. Questi si sentirono sempre più emarginati per i problemi che vivevano quotidianamente, e, dal momento che in quel periodo nelle regioni meridionali c’era sopratutto un’economia agricola basata sul latifondismo, la disparità con i ricchi possidenti non riuscì mai a sanarsi del tutto, nonostante le iniziative di Ferdinando II di Borbone e re del Regno delle Due Sicilie.

Il 17 marzo 1861, la data che passò alla storia per l’inizio ufficiale del brigantaggio, quei problemi irrisolti non riuscirono a trovare soluzione neanche con l’arrivo dell’esercito piemontese. In quel contesto socio economico contrassegnato da povertà e prevaricazioni si sviluppò il brigantaggio e la popolazione non fece altro che accogliere con favore la ribellione contadina contro i nuovi oppressori.

I Comitati Borbonici manovrati dall’ex corte in esilio di Federico II, iniziarono a finanziare i capobriganti per strumentalizzarli alle loro finalità politiche. Le loro finalità erano sopratutto quelle di far ritornare i Borboni nel Mezzogiorno. Diverso fu invece l’atteggiamento di alcuni notabili e latifondisti del Sud che invece appoggiarono la repressione dei briganti. Con il passare degli anni, l’attività brigantesca assunse connotati politici di grande rilevanza, è difficile calcolare con esattezza il loro numero, ma alcuni storici parlano di un esercito di briganti di 85mila persone. Le tante bande che esistevano nel meridione, si muovevano sui monti, nelle caverne e nei boschi, dimostrandosi operativi su fronti diversi. Innumerevoli sono i capi briganti che sono rimasti impressi nell’immaginario collettivo, tra questi, Carmine Crocco attivo in Basilicata che riuscì a riunire attorno a sè 2.000 persone. Anche le donne parteciparono attivamente alla lotta portata avanti nel Mezzogiorno, una delle più note fu Michelina De Cesare nata a Caspoli (Caserta). Michelina assunse un ruolo di primo piano nella progettazione e attuazione degli attacchi ai soldati del Regio Esercito. Con l’estendersi della rivolta, che interessò tutte le regioni del Sud, il neonato stato unitario non tardò ad attivare la repressione. Venne istituita la prima legge speciale d’Italia, la “legge Pica” del 1863 dove si legittimarono tribunali militari che decidevano la sorte non solo a presunti briganti, ma anche ad ingenui contadini, che venivano colti in flagranza in atteggiamenti per loro equivoci .L’azione militare determinò il lento esaurirsi del brigantaggio, molti capibanda vennero arrestati e fucilati e le taglie altissime che erano estese sulla testa dei briganti, alimentarono tradimenti e soffiate. Con il passare degli anni, i Comitati Borbonici destinarono sempre meno fondi ai briganti, e questi, quando si resero conto dell’impossibilità di un effettivo ritorno dei Borboni, cambiarono strategia.

A quel punto le “bande residue” una volta che non videro più nel loro impegno una connotazione politica, si trasformarono in vere bande di criminali, che per sopravvivere rivolsero le loro malevoli attenzioni anche nei confronti delle classi meno abbienti.

Rino R. Sortino