Vincenzo Contino

Vincenzo Contino che nel passato  svolgeva la professione di Agente di una Agenzia turistica, anni fa rimase vittima di un clamoroso errore giudiziario. A seguito di questa circostanza, venne richiuso nel terribile carcere di Sant’Ana, una località Venezuelana ai confini con la Colombia. Il suo racconto è talmente drammatico, che sembra la trama di un film, eppure è una storia realmente accaduta. Con il passare degli anni, l’autore ha voluto raccontare la sua terribile vicenda,  riordinando gli appunti che negli anni aveva elaborato, per dimostrare che non bisogna mai perdersi d’animo anche quando le speranze sembrano perdute. La scintilla per ritornare a vivere può essere riaccesa in qualsiasi momento, Vincenzo vii riuscì grazie all’amore di un’altra persona. Noi di Latina Flash, siamo lieti di esserci fatto raccontare in sintesi, dal protagonista principale, la vicenda del libro nei suoi aspetti principali.

Vincenzo Contino, anni fa sei stato protagonista di una brutta avventura in Venezuela e il tuo libro tratta proprio questo. Ce ne puoi parlare?

Per prima cose vorrei dire è che è stato viaggio di lavoro ed io sono partito dall’Italia perché sono un Agente  di Viaggio. Ho fatto tre mesi di viaggio in Sudamerica e negli ultimi periodi prima di ritornare in Italia, mi fermai al confine  tra Venezuela e  Colombia. In quell’hotel conobbi una persona di una certa età, ed io dal momento che da sempre sono attratto dalle persone più grandi perché hanno un bagaglio culturale molto più ampio di quello dei giovani, ci siamo soffermati a chiacchierare. Siamo stati in contatto quattro giorni e alla fine questa persona poi non l’ho più vista, a quel punto mi recai all’aeroporto con un taxi. Dopo aver effettuato la dogana, salii sull’aereo, ma ad un certo punto quando l’aereo stava rombando in pista e si avviava a partire, venne blocato da ordini superiori. La Polizia anti narcos dopo avermi chiamato al microfono, mi fece scendere dall’aereo e da quel momento iniziò la mia odissea-

Che anno era Vincenzo?

Parliamo degli anni 90, la polizia mi picchiò e mi ritrovai per terra, poi mi caricarono su una jeep e mi portarono via. A quanto pare, quel signore con cui mi ero soffermato a parlare nell’hotel, era un narcotrafficante e faceva parte della banda di Pablo Escobar, il noto leader dei narcotrafficanti che in quegli anni aveva un grande potere nel narcotraffico.

Sono stati quindi una serie di circostanze negative a farti arrestare, ma quali sono stati I veri motivi per i quali la Polizia pensava tu fossi un narcotrafficante?

Dal momento che la Polizia mi aveva visto in contatto con quel personaggio che da tempo era sotto la lente d’ingrandimento di varie polizie tra le quali l’Interpol, quando mi arrestarono e mi portarono all’interrogatorio, mi mostrarono tutte le foto dov’ero ripreso con quella persona. Inoltre c’è stata la casualità che nel frattempo in Italia ad Aprilia, nella zona pontina del Lazio dove vivo, ma anche in Campania e Sicilia, era efficiente un’organizzazione, che all’epoca si chiamava “Tridente” che operava nel narcotraffico. Per questa ragione qualcuno riuscì a collegare quella situazione con la mia.

Purtroppo è successo a te e Vincenzo, ma sai bene che sono tantissimi I casi giudiziari sparsi nel mondo di italiani spesso innocenti, che sono reclusi nelle carceri. 

Da dati recenti, sono al corrente che sono circa 3000 gli italiani reclusi nelle carceri di tutto il mondo, dove lo stato italiano non riesce a riportarli in Italia. Sarà forse per la burocrazia o per le leggi così diverse, eppure personalmente io vedevo ad esempio che gli statunitensi riuscivano ad uscire presto.

Una volta iniziata la tua  odissea, ti sei reso conto di vivere in un carcere veramente affollato

Mi trovavo in uno dei più pericolosi penitenziari del Sudamerica, posizionato sulle Ande, con 5800 detenuti, dove non c’era distinzione di reato e tutti i detenuti erano costretti a stare insieme.

All’interno di questo grande carcere, la vita poteva valere veramente poco e spesso si svolgeva una vera e propria caccia all’uomo vero?

Era tutta una questione di potere, la polizia venezuelana poche volte si recava all’interno del carcere, controllava tutto sempre dall’esterno. La polizia entrava soprattutto il mattino per fare il conteggio dei detenuti e la sera quando gli stessi rientravano nelle celle. Santana  è un penitenziario di oltre 5000 Km quadrati, con reclusi provenienti un po’ da tutti i paesi, lì dentro esisteva la legge del coltello, del machete  e per questa ragione era necessario essere armati per difendersi. 

Come sei riuscito a sopravvivere in quell’inferno?

Grazie a Dio mi sono salvato, perché ero riuscito a conoscere all’Interno del Carcere, dei personaggi di spicco italiani, personaggi di mafia che quando mi videro, mi aiutarono offrendomi una pistola. Grazie a questa arma sono riuscito molto bene a difendermi, ma la usavo solo per uso personale. Per questa ragione, ebbi dei problemi anche con coloro che gestivano il penitenziario, ma poi videro che ero una persona tranquilla e mi lasciarono perdere.

Vincenzo Contino, come passavi le giornate all’interno del grande penitenziario?

I penitenziari in Sudamerica come in altri paesi del grande continente latinoamericano, sono praticamente delle piccole città. All’interno si hanno tre o quattro edifici e ogni edificio ha un suo modo di vivere all’interno. C’è il “taller”, che è la fabbrica dove si lavora, oltre ad i mercati nel patio, perché chi produce prodotti  o riesce a farsi inviare prodotti dall’esterno, poi cerca di venderli all’interno del penitenziario. Pertanto la vita che si svolge all’interno di un penitenziario, scorre allo stesso modo di quella di una una grande città.

A volte ti sei trovato anche in difficili situazioni riguardo la tua incolumità personale

Chiaro, io essendo europeo come tantissime altre persone europee, ci siamo ritrovati di fronte a svariati problemi e dal momento che stai in una realtà che non è la tua, ti puoi trovare spiazzato.

Hai subito anche delle torture durante la detenzione?

Si, all’inizio sono stato torturato, dalla polizia, perché pensavano che potessi sapere chissà cosa. Per i primi quattro mesi, mi hanno nascosto in un luogo appartato dove ho patito le pene dell’inferno, dormivo nudo, mi mettevano dentro alcune celle piene di escrementi umani, in compagnia di topi e delinquenti di tutti i tipi. Mi hanno anche legato al palo, per tanto tempo sotto al sole, e qualche volta mi hanno anche inserito cavi elettrici sulla schiena. Poi dopo quattro mesi dopo, ho chiesto il trasferimento e mi hanno trasportato al penitenziario.

Pensavano che tu potessi sapere qualcosa del narcotraffico, invece eri del tutto innocente. Ti sei ritrovato coinvolto in questa brutta avventura, ma come hai fatto alla fine a venirne fuori?

Non è stato semplice, mi sono affidato al Consolato Italiano, dove mi avevano consigliato alcuni Avvocati, ma non si risolse niente, nonostante mio padre ogni volta pagava per fare in modo che il processo proseguise nel verso giusto e arrivassero prove che mi potessero scagionare. Sono stato giudicato da tre giudici, in undici processi  e il penultimo giudice, invece di seguire le indagini come dovevano essere fatte, è stato capace di condannarmi a diciotto anni.

Forse avevano dato credito a false informazioni?

Secondo loro io facevo parte di quella banda, poi c’è stato un errore giudiziario, non sono mai state chiarite alcune vicende,  ed hanno continuato a proseguire nell’errore. Anche il Consolato non faceva nulla, e ad un certo punto pensava addirittura che io facessi parte attiva, dell’organizzazione dedita al narcotraffico. Dopo due anni e mezzo, quando arrivò quella prima sentenza, che mi distrusse ulteriormente la vita, pensai veramente al suicidio. In seguito, poco a poco, mi impadronii di fede e speranza. il mio può essere considerato un libro che tratta molto questi due importanti aggettivi. Grazie all’amore, per una donna, riuscii a farmi sentire con un’altro giudice e un’altro Avvocato, in questo modo mi creai una nuova difesa. Da solo, alla fine, riuscii a farmi sentire.

Hai avuto anche delle amicizie all’interno del penitenziario, Vincenzo ed una addirittura sentimentale?

Si, dopo il primo anno conobbi una ragazza che veniva in visita all’interno del carcere, da cui poi nacque un amore. In seguito veniva tutti i giorni a trovarmi, addiruttura due volte a settimana, e ogni volta che veniva, andava al mercato e mi portava la spesa. Questo suo aiuto è stato fondamentale per me.

Tuo padre veniva a trovarti spesso dall’Italia?

Mio padre venne cinque o sei volte ma poteva stare solo per brevi periodi, al massimo un mese, ma più che pagare non poteva fare altro.

Com’è riuscito alla fine l’ultimo giudice interpellato, a dimostrare che non c’entravi niente?

Quella donna giudice che interpellai nonostante la sua giovane età e l’inesperienza che poteva vantare dal momento che era appena laureata, si rese partecipe del mio caso con grande senso di responsabilità. Ne parlammo più volte in varie udienze, veniva anche in tribunale, per vedere a che punto erano le questioni, ed è stata la sola che riuscì a capire bene la situazione. Si rese conto in breve tempo, che non c’entravo niente con quella brutta storia. Anche perchè la Dea dopo due anni aveva lasciato il caso, così come l’Interpool dopo due mesi. Ma la polizia dei Narcos aveva capito che io non c’entravo niente con la brutta vicenda, pertanto non si capiva perchè mai io non riuscivo ad uscire dal carcere. Dopo il verdetto che mi condannò a diciotto anni, l’Avvocato decise di forzare la situzione e inviò il caso alla Cassazione a Caracas. Nella capitale venezuelana, un altro Avvocato in seguito, mi aiutò a farmi ottenere l’assoluzione.

Immagino che è stata per te una liberazione, quando si concluse positivamente la tremenda vicenda, poi al rientro in Italia come ti sei trovato?

Non tornai subito in Italia, perchè quando uscii dal peitenziario,mi obbligarono ad effettuare un anno e mezzo di presentazioni, firme, controlli, pertanto non potevo assolutamente lasciare il paese . Alla fine dovetti fuggire dal Venezuela senza documenti, riuscii ad imbarcarmi su un’aereo e tornare in Italia senza passaporto.

In Italia è stato difficile recuperare una certa serenità?

Al rientro in Italia, mi ritrovai ad avere dei timori infondati, come se ci fosse qualcuno dietro me che mi minacciava, un avvoltoio dietro le spalle, Vorrei ricordare che nelle carceri si poteva dormire solo un’ora a notte, era necessario avere sempre un’occhio avanti e uno indietro. La notte era molto pericolosa, perché ogni cella ospitava dalle quattrocento alle ottocento persone, per cui si può immaginare cosa poteva succedere all’improvviso.Tutte queste persone si trovavano recluse per tutta una serie di reati, che andavano dai ruba galline, all’assassinio, al narco traffico pesante. Erano persone che facevano parte di varie bande organizzate, criminali, per cui là dentro di notte poteva succedere di tutto. Grazie a Dio, sono riuscito a sopravvivere, sempre stando sveglio e vigile.

Nonostante tutto si riesce ugualmente a sopravvivere ad un inferno del genere?

Il corpo umano si adatta a tantissime cose, ho scoperto ad esempio, che così come nell’alimentazione, il corpo umano si adatta a mangiare poco o a mangiare tanto, pertanto la persona umana può sopravvivere a condizioni diverse. Si può abituare anche alle peggiori situazioni, in quanto tira fuori un’energia che dà la forza di andare avanti, ma può succedere anche il contrario. Potrebbe diventare arduo tirare fuori l’energia necessaria, e allora si muore. Io ho ebbi un problema nel momento in cui mi ritrovai molto debole, qualcuno era riuscito a farmi una magia nera, un woudou, e chiunque leggerà il libro scoprirà una storia veramente allucinante. Riuscii a guarire grazie ad un “guru” anzi un brujo (colombiano) come vengono chiamati in sudamerica (di nome Alberto Coin ormai deceduto, che già allora aveva settant’anni). Praticava magia nera, dalla parte buona, era un curatore e dopo avermi sollecitato per una settimana, riuscì a fornirmi quella forza necessaria per uscire fuori da quella situazione. Ricordo che dormiva con me, ed io riposavo con l’orecchio appoggiato sul suo addome, faceva questi riti particolari e nello stesso tempo mi faceva bere erbe speciali. Nel momento in cui mi fece risalire l’energia, riuscì a ridarmi la speranza. Mi diceva, devi chiedere a chi credi: può essere Gesù, un Dio diverso, un simbolo di qualsiasi religione tu faccia parte. Io da sempre sono Cristiano ed ho un fratello prete, mia madre faceva parte di una Comunità cristiana, noi siamo cresciuti con il nostro credo religioso, quindi chiedevo a pregavo Dio tutte le volte.

Vincenzo in quella triste e lugubre prigione sicuramente hai incontrato anche altri italiani reclusi in quel carcere, dove la dignità umana vale poco.

Di italiani nel penitenziario Sant’Ana ne ho incontrati cinque, di cui due sono morti e tre siamo riusciti a sopravvivere, oltre ad una donna che era reclusa nel carcere femminile. Nell’area speciale invece ce ne erano altri cinque, di cui uno morì ammazzato. Stavano nell’area speciale, erano italiani che vivevano in altri paesi come negli Stati Uniti, personaggi di grande spicco di mafia, persone che dovevano fare lunghi anni di carcere, alcuni avevano l’ergastolo e ogni anno venivano trasferiti da un penitenziario all’altro.

Vincenzo tu sei stato testimone di tante altre disavventure nel carcere di Sant’Ana di altri nostri connazionali, come ritieni debba comportarsi il nostro Ministero degli Affari Ester di fronte a queste problematiche?

Secondo il mio parere, dovrebbero affidare i casi a persone preposte che si impegnano seguire continuamente le vicende degli italiani reclusi, nelle carceri. Anche se una persona fosse veramente colpevole, non può essere abbandonata in un posto del genere, perché non è civiltà. Persone come noi, abituate in Italia, che si ritrovano poi a vivere in un posto del genere, non possono reggere quel tipo di detenzione ed è molto facile che muoiano.

Vincenzo a seguito di questa tua triste esperienza, so che vorresti tramutarla in una trama di un film.

Si ho diversi contatti con diversi produttori che si sono interessati alla mia storia e credo che si potrebbe realizzare entro breve un film. Sarebbe una bellissima cosa, sopratutto per far conoscere all’opinione pubblica quel che può succedere per caso all’improvviso. L’importante è non perdere mai la speranza, l’amore e la fede.

Ti ringrazio Vincenzo Contino

Rino R. Sortino

Nel pe