L’Occupazione di fiume da parte dell’Italia

Dopo la prima guerra mondiale, in Italia, lo Stato liberale entrò in crisi e non riusciva più a rispondere ai cambiamenti che si stavano verificando in un continente stravolto dalla terribile esperienza bellica. Alla Conferenza di pace di Parigi, conseguente alle vicende della Prima guerra mondiale, i plenipotenziari italiani Vittorio Emanuele Orlando e Sidney Sonnino richiesero, sopratutto l’annessione all’Italia della città di Fiume. Giustificarono questa richiesta, con il fatto che i fiumani erano prevalentemente di lingua e cultura italiana.Tali rivendicazioni cozzarono invece, con la ferma ostilità del presidente degli Stati Uniti Woodrow Wilson, il quale avanzò la proposta di creare uno Stato libero di Fiume, ritenendo che la città istriana dovesse rivestire il ruolo di porto utile per tutta l’Europa balcanica.

Il risentimento per la “vittoria mutilata” fu raccolto abilmente da Gabriele D’Annunzio (Pescara, 12 marzo 1863 – Gardone Riviera, 1º marzo 1938), poeta-vate nazionale, che si trovava a Venezia quando fu raggiunto ai primi di settembre da una esplicita richiesta da parte di sette giovani ufficiali Arditi. L’11 settembre il Vate partì per Ronchi e si mise alla testa di circa 200 Arditi disposti a disertare per Fiume. Poi la truppa diventò sempre più folta e il 12 settembre 1919, alla testa di 25000 legionari (volontari e ribelli militari), lasciò Ronchi per dirigersi verso Fiume. Anche la popolazione della città stessa si dimostrò pervasa da un fortissimo spirito patriottico. La popolazione cvile era favorevole all’intervento militare,il governo invece, aveva dato ordine di bloccare qualsiasi tentativo di marcia su Fiume. Le truppe che avrebbero dovuto fermare D’ Annunzio, invece, man mano che lo riconoscevano, si univano a lui entusiaste. Mussolini tenne un comportamento ambiguo, a parole appoggiava D’Annunzio, raccogliendo fondi, ma in realtà non voleva compromettersi in un’azione che riteneva destinata al fallimento.Quando la colonna arrivò al confine di Fiume in località Contrida, potevano contare su più di 2 mila uomini con autocarri, autoblindo, e carri armati.Il generale Pittalunga che comandava i reparti in città, affrontò di persona D’Annunzio, nel tentativo di farlo desistere dall’impresa, poi visto le sue insistenze, Pittalunga accompagnò il Poeta in città dove trovò entusiastica accoglienza.

D’Annunzio entrò a Fiume alla testa di un’imponente colonna corazzata, composta da autocarri, automobili, carri armati e circa 2.250 uomini tra granatieri, artiglieri, Arditi e fanti. Non fu sparato un solo colpo per tentare di arrestarne l’avanzata, “il Vate” entrò in Fiume, accolto come un trionfatore e il giorno seguente, alle ore 1200, tutto il potere passò di fatto, nelle sue mani.

Il movimento dannunziano rivelò che esisteva come coscienza nazionale, un movimento sovvertitore che poteva mettere in crisi l’autorità dello stato e l’intero sistema politico istituzionale. La marcia su Fiume può essere letta come una preparazione al colpo di Stato che attuerà Mussolini tre anni dopo, anch’esso vincente, grazie all’appoggio generalizzato di generali e ufficiali dell’esercito.

D’Annunzio fin dal suo primo discorso alla folla, plasmò un nuovo modo di fare politica, quello di porre domande retoriche lanciate alla folla. Era un artista e seppe valorizzare il ruolo della coreografia e dei simboli: Mussolini e Hitler impararono la lezione e la misero in pratica su scala più grande. Finalmente il 12 agosto 1920, D’Annunzio proclamò l’indipendenza di Fiume e venne redatta una carta costituzionale (La Carta del Carnaro) di ispirazione repubblicana e socialista.Fiume diventò “la città della Vita” dove tutto era lecito, nonostante le problematiche della mentalità bigotta dell’ epoca sull’immoralità sessuale. “La Carta del Carnaro” prevedeva anche il divorzio e questa concezione rivoluzionaria per l’epoca, portò nella città istriana, centinaia di coppie che intendevano separarsi. Fiume fu così annessa all’Italia, con un successivo trattato nel 1924. Dopo Fiume, D’Annunzio si ritirò in una villa sul lago di Garda, “il Vittoriale degli Italiani”, dove morì nel 1938. Non prese mai la tessera del Partito Fascista.

Rino R. Sortino