Nel 1870 i bersaglieri occuparono la citta’ eterna

QUEST’ANNO RICORRE IL 150 ANNIVERSARIO DELL’ANNESSIONE DI ROMA ALL’ITALIA

Il Risorgimento è stato il periodo di storia, durante il quale l’Italia  riuscì a conseguìre l’ unità nazionale. ll 17 marzo 1861 il primo Parlamento Unitario proclamò il Regno d’Italia, poi poco per volta negli anni seguenti, il nuovo Stato annesse, tutta una serie di regioni facenti parte della medesima area geografica. Il Papa all’epoca si compiaceva della protezione politica e militare dell’imperatore dei francesi Napoleone III°. La presenza di un reparto militare francese, lasciato di stanza nella Città Eterna, faceva intendere le intenzioni del governo di Parigi di sostenere l’alleato a tempo indeterminato. Ma il recente governo italiano aveva espresso ll desiderio di porre Roma come capitale del nuovo Regno d’Italia. Queste intenzioni erano state rivelate da Cavour nel suo primo discorso al Parlamento italiano. Il 27 marzo 1861 il Presidente del Consiglio dei Ministri, non mostrò dubbi nell’affermare che riteneva «necessaria Roma all’Italia» e che prima o poi la Città Papalina, sarebbe divenuta la capitale del nuovo stato unitario. Si arrivò alla “Convenzione di settembre” del 1864, con l’accordo con Napoleone, che prevedeva il ritiro delle truppe francesi, in cambio dell’impegno da parte dell’Italia a non invadere lo Stato Pontificio. A garanzia dell’accordo, la Francia chiese il trasferimento della capitale da Torino a Firenze. Negli anni seguenti l’Italia manifestò sempre l’intenzione, di portare a compimento l’ambita annessione: nel settembre del 1867,  Garibaldi tentò l’impresa, giungendo nel Lazio con i suoi fedelissimi guerriglieri. In ottobre i francesi invece, sbarcarono a Civitavecchia e si unirono alle truppe pontificie alleate. Nello scontro con i garibaldini, quest’ultimi rimasero sconfitti ( il 3 novembre di quell’anno), nella Battaglia di Mentana. Soltanto nell’agosto del 1870 lo scenario internazionale cambiò radicalmente, quando la Francia, dopo aver improvvisamente dichiarato guerra alla Prussia, a seguito della battaglia decisiva di Sedan, si ritrovò sconfitta nettamente. L”esercito francese ne uscì distrutto, Napoleone III cadde prigioniero, quindi si crearono le condizioni migliori per consentire al governo italiano di risolvere il problema di Roma Capitale. Si tentò prima la via diplomatica, offrendo a Papa Pio IX tutte le garanzie indispensabili all’indipendenza spirituale della Sede ecclesiale, ma il Pontefice le respinse. A quel punto Papa Pio IX pensò di difendere i suoi confini, con un’altro alleato, iniziò pertanto a sondare le cancellerie di altri stati europei, ma scoprì che nessun governo era particolarmente ansioso di schierarsi al suo fianco. L’11 settembre del 1870, l’esercito italiano con un colpo di mano, decise di sferrare l’ attacco decisivo all’Urbe. Al comando del Generale Raffaele Cadorna, le truppe del neonato stato italiano forte di 65000 uomini, entrarono a Roma dalla breccia di Porta Pia. Il Papa aveva ordinato una resistenza puramente simbolica e la resa ai primi colpi di cannone, ma i soldati agli ordini del generale Kanzler, si impegnarono per difendere con onore la città. Quando la breccia venne aperta, l’assalto dei bersaglieri risultò mal coordinato. Molti soldati si concentrarono contemporaneamente verso la breccia, larga non più di trenta metri, creando un immenso ingorgo. Fu quello il momento, in cui si ebbe il maggior numero di morti tra le fila italiane, dato che la massa di soldati era diventata il bersaglio preferito dei difensori. Lo scontro vero e proprio durò meno di un quarto d’ora, poi le forze papaline arretrarono e quelle italiane, si riversarono in città. I soldati italiani furono accolti con straordinario entusiasmo dal “popolino”, molto meno dai membri della nobiltà e del clero.

Il 3 febbraio del 1871, la città papalina diventò finalmente la capitale del Regno, in seguito, il 13 maggio  del 1871, con “la legge delle Garentigie”, si stabilirono precise garanzie riguardo il  papa e la Santa Sede. La legge constava di venti articoli e si divideva in due parti: La prima riguardava le prerogative del Pontefice al quale venivano garantiti: l’inviolabilità della persona, gli onori sovrani e il diritto di avere al proprio servizio guardie armate a difesa del Palazzo Pontificio di Castel Gandolfo. Infine si garantiva, (in base all’articolo 4 della legge), un introito annuo di 3 225 000 lire (pari a circa 14,5 milioni di euro del 2012) per il mantenimento del pontefice, del Sacro Collegio e dei palazzi apostolici. Nella seconda parte della legge delle Garentigie, invece, si regolavano i rapporti fra Stato e Chiesa cattolica, garantendo a entrambi la massima pacifica indipendenza. Al clero venne riconosciuta illimitata libertà di riunione, mentre i vescovi restarono esentati dal giuramento al Re. Nonostante queste prerogative di libertà, dal 1870,  Pio IX e i suoi successori, decisero di non uscire più dai Palazzi Vaticani. Tale protesta, continuò per quasi sessant’anni, fino alla stipula dei Patti Lateranensi del 1929.

Rino R. Sortino

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