La triste odissea dei SOLDATI ITALIANI CHE DISSERO NO A HITLER nel 1943

La Seconda Guerra Mondiale iniziò con la prospettiva da parte dell’Italia che non si sarebbe prolungata molto, si auspicava nelle alte gerarchie militari, una facile vittoria del contingente militare tricolore al seguito del forte alleato tedesco. La guerra si rivelò invece lunga e durissima, in quanto l’Italia non era preparata militarmente ad un lungo conflitto bellico. Dopo un anno e mezzo di rovinose sconfitte, la situazione sociale e in generale nella pensola volse al peggio.  Nella notte tra il 9 e il 10 luglio 1943 le forze Alleate britanniche,  americane e canadesi sbarcarono sulle spiagge della Sicilia, ancora controllata dalle forze dell’Asse, nell’ambito della cosiddetta “Operazione Husky”. La situazione precipitò e con la seduta del Gran consiglio del Fascismo, il 25 luglio 1943, venne deciso di deporre Mussolini. Quel giorno  Re Vittorio Emanuele III  nominò capo del Governo il maresciallo Pietro Badoglio, ex capo di Stato maggiore e fu lui ad autorizzare la resa. La sera dell’8 settembre 1943 radio Algeri rese pubblico il testo dell’Armistizio di Cassibile, (Siracusa), dove le autorità diplomatiche e militari italiane firmarono la resa incondizionata del Regno d’Italia alle Forze Alleate. Il maresciallo Pietro Badoglio, nel momento in cui confermò l’armistizio, non specificò se l’esercito italiano doveva schierarsi in guerra contro la Germania nazista, che era stata alleata dell’Italia fino a pochi giorni prima. La mancanza di chiarezza nella catena di comando militare, lasciò interdette le nostre truppe, nell’interrogativo se resistere o arrendersi di fronte alle ritorsioni naziste. I tedeschi dispiegati con le loro agguerrite forze militari in tutta Italia, cominciarono a considerarare gli ex alleati dei traditori e per questa ragione, riversarono nei loro confronti odio e disprezzo. .A questa situazione già paradossale, si aggiunse la decisione del re Vittorio Emanuele III, di Badoglio e di altri membri del Governo di allontanarsi da Roma per raggiungere Brindisi in Puglia. La capitale si ritrovò pertanto indifesa, senza la copertura necessaria e nel giro di 24 ore venne occupata dalle truppe naziste. All’annucio dell’armistizio, i tedeschi iniziarono ad arrestare una grande quantità di soldati italiani, catturandone in pochi giorni più di un milione. Circa 196mila riuscirono a scampare alla deportazione in Germania fuggendo o nascondendosi. Il Comando tedesco decise di trasferire i prigionieri italiani (chiamati in senso dispregiativo “badoglien” ), in Germania, stipati su carri bestiame.

La loro posizione diventò altamente critica, anche perchè non ricevettero la qualifica di “prigionieri di guerra” ma quella di “internati militari italiani” (IMI), considerati non nemici ma ex alleati. La derubricazione da “prigionieri” a “internati” implicava la sottomissione dei deportati a un regime giuridico non convenzionale, secondo gli accordi di Ginevra del 1929. I responsabili tedeschi per questa ragione, respinsero le richieste della Croce Rossa Internazionale di poter assistere gli internati perché “non erano considerati prigionieri di guerra”. ll trasferimento verso i lager in Germania e in Polonia si effettuò in condizioni estremamente dure per i prigionieri. Rinchiusi in carri bestiame sovraccarichi, a volte su carrozze scoperte, i prigionieri vennero sottoposti a viaggi che potevano durare settimane. Purtroppo 13mila militari italiani durante il lungo trasferimento, morirono, a seguito delle disumane condizioni, dal momento che condividevano spazi ristretti con poca aria, nei vagoni ferroviari. Una volta arrivati a destinazione, i prigionieri vennero rinchiusi in un campo di transito, per essere fotografati e schedati, ed inviati in seguito, nei campi definitivi. Giunti a destinazione, posti di fronte ad un irrinunciabile quesito, 94.000 ex soldati di Mussolini (le cosiddette camicie nere), accettarono di rientrare in Italia per combattere nuovamente al fianco dei nazisti. Rimasero nei campi di concentramento tedeschi, circa 700mila soldati italianie e quasi tutti scelsero il lavoro civile al servizio dei tedeschi, che li utilizzarono come manodopera a costo zero nei campi e nelle fattorie, nelle industrie belliche e nei servizi antincendio delle città bombardate Finalmente, nell’estate del 1944, a seguito dell’incontro fra il dittatore tedesco e quello italiano in Germania, Mussolini riuscì a ottenere da Hitler la conversione degli IMI in “lavoratori civili”, ma nonostante questa decisione, stenti, vessazioni e abusi rimasero all’ordine del giorno per gli ex soldati. Con “il terzo Reich” ormai agonizzante, le condizioni di vita lavorative diventarono sempre più disumane e 60 mila ex soldati e internati nei campi di prigionia, non sopravvissero all’alimentazione scarsa, alle malattie, alle percosse e ai bombardamenti alleati.

Rino R. Sortino